LA CONSULENZA TECNICA IN TEMA DI AFFIDAMENTO DEL MINORE

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L’aumento dei procedimenti di separazione o di divorzio, ha reso frequente gli accertamenti disposti in sede civile per stabilire quale sia la situazione ottimale del minore nella causa di affidamento ad uno o all’altro genitore o circa il regime di visita del bambino presso il genitore non affidatario. La separazione coniugale prevede due forme: consensuale o giudiziale. Nella separazione consensuale i coniugi si accordano circa gli aspetti futuri della loro relazione o dell’affidamento dei figli: se il loro accordo non danneggia quest’ultimo il giudice provvede ad omologarlo.


 


La separazione giudiziale, poiché i coniugi non hanno raggiunto un accordo, prevede l’intervento del giudice che deciderà. L’affido dei figli rappresenta spesso il punto centrale della nascita di un conflitto. Bambini chiesti in ostaggio per continuare a controllare il partner, oppure quali finanziatori per avere una rendita mensile oppure concessi per mettere a disagio l’altro coniuge. Tutto ciò crea ulteriore dolore e sofferenza nei bambini.


 


Nel caso in cui insorgano contrasti o conflitti circa l’affidamento dei figli o circa il regime di visita del bambino presso il genitore non affidatario oppure nel caso di problematiche psicopatologiche relative ad uno od ad entrambi i genitori, il giudice istruttore dispone una consulenza tecnica d’ufficio necessaria, al fine di comprendere la situazione familiare e quindi decidere nell’interesse del minore.


 


L’indagine può articolarsi nei seguenti punti:


1)                     verificare l’esistenza o meno di una patologia di mente in uno o entrambi i genitori e vedere se la gravità di tale malattia può escludere o invalidare la idoneità affettiva del genitore che chiede l’affidamento,


2)                     indagare sulla presenza di comportamenti devianti,


3)                     analizzare i vissuti di entrambi i genitori nei confronti dei figli,


4)                     studiare la dinamica di coppia nei suoi riflessi sui figli,


5)                     analizzare i vissuti dei bambini nei confronti dei genitori, sia positivi che negativi,


6)                     indagare la costellazione familiare nelle sue componenti sociali, culturale, economica e lavorativa.


 


Fino ad alcuni anni fa la malattia mentale di un genitore veniva considerata ostativa ad un eventuale affido, sulla base di ricerche che evidenziavano come la malattia mentale avesse un carattere disturbante per il minore. Si è evidenziata la comparsa di problematiche comportamentali e psicopatologiche nei figli di genitori portatori di patologie psichiatriche di rilievo in rapporto alla inadeguatezza relazionale, e alla trasmissione di una visione del mondo sofferta ed alterata. In particolare la “carenza di cure materne” derivata o da un allontanamento dalla madre nei primi mesi di vita o da un rapporto discontinuo e sofferto possa produrre nel minore gravi danni psicologici. Durante il primo periodo di vita è indispensabile la presenza di una madre oblativa ed affettiva grazie alla quale il minore può contenere la propria aggressività ed in assenza della quale in futuro, al contrario, potrà sviluppare sentimenti di abbandono, di instabilità.


 


Spesso la carenza di cure e la inadeguatezza relazionale sono presenti anche in famiglie apparentemente normali. Infatti le famiglie patogene non sono identificabili solo in quelle connotate dal punto di vista psichiatrico o psicologico da patente sofferenza psichica di un genitore, ma in molti casi in nuclei apparentemente normali. Nella “famiglia schizogena” connotata da modalità relazionali e dialogiche così distorte da contribuire alla genesi e alla slatentizzazione di disturbi dissociativi a carico dei figli. Di recente contributi di matrice psicanalitica hanno mostrato come la patogenicità della famiglia si possa identificare non tanto nella malattia di un suo membro quanto in più sottili messaggi dialogici e affettivi. Studi clinici hanno rilevato come fattori relazionali “distorti” sia in eccesso che in difetto possono avere un carattere patogeno. Si può affermare che “per la famiglia del sofferente psichico sembra difficile riconoscere aprioristicamente connotazioni di inidoneità educativa pur dovendosi tenere conto della particolare problematicità della stessa, dovendo verificare di conseguenza le risorse affettive e pedagogiche che i singoli nuclei ed individui mostrano nel corso del tempo”. Può accadere che un genitore, pur essendo portatore di una patologia psichiatrica riesca ad istaurare un valido rapporto con il figlio sopperendo con l’affettività alle carenze derivanti dal suo status: con le attuali terapie farmacologiche e psicoterapeutiche è possibile garantire al sofferente psichico ampi spazi di responsabilità ed autonomia e che ogni patologia non è statica ma presenta periodi in cui il soggetto può essere adeguato alle esigenze della vita di relazione e di famiglia. Allo stato attuale, vi è la tendenza a non considerare come negativo il genitore affetto da patologia mentale e ad integrare la diagnosi del caso con la verifica delle possibilità terapeutiche realizzabili e a valorizzare gli spazi di affettività e di dialogo che il disturbo in atto può consentire al rapporto tra genitore e figlio.


Dott.ssa Cesira Cruciani


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            Bibliografia


1.      U. Fornari, Psicopatologia e Psichiatria. Utet, Torino 1989.


2.      L.Cancrini, Organizzazione delle relazioni interpersonali nelle famiglie con un portatore di disturbo mentale. In: Malagoli M. Togliatti, Disagio mentale e validità genitoriale. Bulzoni, Roma 1988.


3.      J. Bowlby, Attaccamento e perdita. Boringhieri, Torino 1973.


4.      T. Bandini, M. Lagazzi, Lezioni di Psicologia e Psichiatria Forense. Giuffrè, Milano 2000.

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